La forra di Segesta

testo e foto di Giovanni Virzì

 


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L’area di Segesta è ben nota per le sue bellezze archeologiche, ma non meno suggestivi sono i suoi aspetti naturalistici tra i quali spicca la forra chiamata Vallone della Fusa, scavato dal torrente Pispisa, affluente del fiume Gaggera.

Essa si snoda con un andamento a meandro per una lunghezza di circa 2 km. ad ovest del colle su cui sorge il tempio in stile dorico e vi si accede da un sentiero che inizia dal cartello, con l’indicazione dell’area del Demanio Forestale, che si trova in corrispondenza del ponte a qualche centinaio di metri dall’ingresso dell’area archeologica.

Lungo il primo tratto, a partire da nord, il torrente presenta delle sponde più ampie e pianeggianti costituite dai classici depositi ghiaiosi e limo-sabbiosi dei corsi fluviali fino ad un punto dove esso scorre sopra delle rocce con forme scolpite a gradinate che fanno pensare ad un utilizzo come lavatoio. Proseguendo oltre le sponde si restringono e diventano molto più acclivi fino a pareti rocciose verticali, alte anche una cinquantina di metri.

Le frane di crollo che si distaccano da queste hanno fatto precipitare nell’alveo alcuni blocchi rocciosi di varie dimensioni che creano una serie di piccole cascate e rapide e sono ben visibili delle particolari forme di erosione fluviale quali le marmitte, legate all’azione perforatrice delle acque quando la corrente crea dei mulinelli.

E’ possibile seguire fino ad un certo punto il corso verso valle lungo un sentiero che si snoda lungo il lato destro risalendo di quota e che permette di godere di emozionanti visioni dall’alto del canyon, oltre che di osservare numerose cavità di origine carsica che presentano tracce sia antiche che recenti di un utilizzo da parte dell’ uomo.

Questa struttura si è impostata su un affioramento di scaglia, una formazione di calcilutiti (calcari a grana fine) finemente stratificate con un contenuto marnoso variabile, risalenti al Cretaceo superiore-Oligocene medio, un periodo di tempo geologico compreso tra i 70 ed i 30 milioni di anni fa ed al cui interno si trovano frequentemente intercalati dei noduli e delle liste di selce di vario colore, nero, rosso ed anche marrone.

La presenza vegetale è piuttosto varia comprendendo sia specie arboree quali pini, eucalipti, lecci, ontani, cipressi, palma nana che specie arbustive come terebinto, lentisco, biancospino, cappero ed erbacee come ampelodesma, mentre lungo l’alveo si sviluppano tamerici e canne palustri. Per quanto riguarda la fauna pareti rocciose a strapiombo sono un rifugio ideale per corvidi e rapaci che vi costruiscono i propri nidi.

In alcuni tratti la morfologia delle sponde evidenzia la presenza di due ordini di terrazzi di origine fluviale legati a passati regimi pluviometrici molto più intensi dell’attuale che dovevano renderlo anche navigabile se, come documentano gli antichi storici, le contese tra le città di Segesta e Selinunte avvenivano anche con rapide incursioni lungo vie d’acqua.

Come quasi tutti i corsi fluviali circostanti attualmente, invece, il torrente è soggetto a forti variazioni della sua portata fino al suo disseccamento durante la stagione estiva.

La formazione del canyon è legata ad un tipico fenomeno di antecedenza fluviale: il torrente aveva già assunto il suo andamento a meandro quando, durante il Pliocene superiore-Pleistocene (intorno ad 1,5 milioni di anni fa), l’intera area è stata interessata da un sollevamento, successivo all’orogenesi che ha sollevato i monti della costa settentrionale della Sicilia. In tal modo l’erosione fluviale continuava ad incidere il complesso calcareo della scaglia mentre questo lentamente si sollevava ad una velocità stimata ad 1 mm l’anno.