Le falesie di Capo San Vito

Testo e foto a cura di Giovanni Virzì

 


Home        TuttaSicilia

 

Subito ad ovest rispetto all’abitato di San Vito Lo Capo si estende una struttura morfologica che corrisponde all’omonimo promontorio, in località Piana di Sopra ed il Piano, estesa per circa 1 km in larghezza e 4 km in lunghezza ad una quota media di 65 metri.

Questa posizione così panoramica giustifica anche la presenza della torre dell’Isolidda, recentemente restaurata, appartenente al sistema di avvistamento costiero voluto dagli spagnoli nel XVI° e XVII° secolo.

La zona si può raggiungere agevolmente da nord percorrendo il sentiero che parte vicino l’area cimiteriale in contrada Zarbo Furetto con direzione verso Cala Mancina oppure da sud oltrepassando il camping El Bahira verso contrada Salinella.

Si cammina sopra una vasta superficie sub-orizzontale, estesa verso nord fino al Faro, che sulla destra prosegue fino al mare, mentre lungo il lato sinistro iniziano ad ergersi le falesie costituite dalla formazione dei calcari a Caprine e Rudiste, risalenti al Cretaceo medio e superiore, un periodo geologico compreso tra circa 100 e 65 milioni di anni fa.

Si tratta di organismi appartenenti al phylum dei Molluschi, classe Lamellibranchi, di forma conica o a spirale, bentonici cioè che vivevano attaccati al fondo marino, formando delle scogliere.

Sia i ripiani che le falesie sono state creati dall’azione di abrasione marina su quello che era un antico fondale risalente al Quaternario e si tratta rispettivamente di una piattaforma di abrasione e di una ripa di erosione.

Proseguendo nel cammino si possono osservare esempi tutte le forme superficiali create dal carsismo, mentre sulle pareti rocciose si aprono diverse grotte.

Sul loro pavimento è presente un paleosuolo costituito da terra rossa, una miscela di ossidi ed idrossidi di ferro che rappresenta un deposito residuale della dissoluzione dei calcari ed il cui spessore è in relazione con le dimensioni della grotta stessa.

Al loro interno sono stati rinvenuti numerosi e vari reperti quali utensili litici, ossa di animali, conchiglie, resti di pasto i quali ne testimoniano l’uso da parte dell’uomo fin dai tempi preistorici.

Le pareti ed in particolare quelle più interne, si presentano ricoperte da patine di colore nerastro, dovute alla fuliggine provocata dai fuochi che venivano accesi dai nostri antenati, oppure di colore verdastro formate dall’azione organica di batteri, licheni e muffe che vivono in queste particolari condizioni di umidità ed oscurità.

Le più interessanti procedendo da Nord verso Sud sono tre.

La grotta di Cala Mancina, ubicata in corrispondenza dell’omonima cala, presenta un ingresso con un profilo molto particolare, a forma di bottiglia con il collo arcuato; la grotta della Campana, che abbiamo così battezzato per la presenza al suo ingresso di una curiosa struttura calcarea di tale forma, mentre all’interno si sviluppa su due livelli separati da un gradino con una piccola apertura nella volta della camera interna.

E’ la grotta dei Cavalli quella di maggiori dimensioni con un’entrata molto ampia, paragonabile a quella dell’Uzzo, ma più sviluppata rispetto a quest’ultima nel senso della lunghezza.

L’accesso è reso abbastanza difficoltoso dalla presenza di grossi massi che sono crollati dalla volta la quale arriva a sfiorare la sommità dell’altopiano.

Il pavimento presenta all’ingresso una discreta acclività che poi diminuisce procedendo verso l’interno, dove la grotta si divide in tre camere minori.

Si possono osservare numerose stalattiti di varie forme e dimensioni, sia pendenti dal soffitto che sviluppate lungo le pareti.

Un elemento molto interessante è costituito dalla presenza di alcune pitture di pregevole fattura, raffiguranti figure antropomorfe e simboli, che si possono ricondurre alla tipologia del periodo Neo-Eneolitico dell’area mediterranea.

La continuità della falesia è interrotta da una ampia spaccatura nel complesso roccioso in corrispondenza di Portella delle Vacche su cui si è impostato un sentiero che permette di risalire fino alla sommità dell’altopiano.

Nonostante la limitata estensione areale quest’area racchiude una serie di caratteri geomorfici difficilmente osservabili insieme in così poco spazio. Ciò è stato possibile poiché dalla data della sua emersione, avvenuta nel Pliocene, essa è stata esposta all’azione congiunta di tutti gli agenti morfogenetici responsabili del modellamento dei rilievi.

L’insieme delle forme evolutesi in un arco di tempo di circa 7 milioni di anni corre il rischio di essere distrutto dall’azione antropica che in alcuni suoi punti sta già compromettendo la sua integrità.

La presenza di queste numerose e diverse peculiarità geologiche e geomorfologiche tali da giustificarne il riconoscimento come geotopo, oltre che di quelle paesaggistiche ed antropologiche suggerisce che in quest’area venga creato un itinerario attraverso un vero e proprio sentiero guidato come già molto ben realizzato dall’Ispettorato Dipartimentale delle Foreste di Trapani nella vicina riserva dello Zingaro.


Falesia
 

 

Calcari a Caprine e Rudiste
 

 

Ripa di erosione
 

 

Piattaforma di abrasione
 

 

Ingresso della grotta di Cala Mancina
 

 

Ingresso della grotta dei Cavalli