Le saline da salvare

Testo di Giovanni Virzì                 


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Foto di Alberto Amoroso


Le saline che si estendono lungo la fascia costiera a sud di Trapani e Paceco rappresentano uno di quei casi in cui l'attività umana non soltanto è compatibile con l'ambiente naturale ma può anche migliorarlo.

Esse sorgono su una preesistente area lagunare che nel corso dei tempi era divenuta paludosa e malarica e la cui naturale evoluzione, in assenza dell'intervento umano, sarebbe stata quella di essere progressivamente interrata dalle alluvioni depositate dai corsi d'acqua (Lenzi, Baiata, Verderame o Quarasana e Misiliscemi) che sfociano su questo tratto di costa.

Questo tipo di ambiente, geologicamente chiamato di transizione ed a cui appartengono anche le aree umide dello Stagnone, di Capo Feto e dei Gorghi Tondi, costituisce un elemento transitorio nell'evoluzione del paesaggio e la sua esistenza è legata all'equilibrio tra le azioni antagoniste delle acque marine, che tendono a erodere con il moto ondoso e di quelle dei fiumi che tendono a creare con i loro depositi sabbiosi e limosi.

Soltanto grazie al costante lavoro dell'uomo perpetuato fin dalla età fenicia, questa vasta area è stata bonificata ed avviata in un’attività che per secoli, insieme alla pesca del tonno e alla lavorazione del corallo, è stata fondamentale per l'economia e la storia della nostra città, giungendo fino ai giorni nostri.

Mentre il salgemma è un sale di puro sodio che viene estratto in miniere come quelle dell’Ennese, il sale marino contiene anche una discreta quantità di magnesio che lo rende molto più completo indicato rispetto al salgemma per l’uso alimentare poiché il magnesio aumenta la sapidità dei cibi.

La lunga crisi subìta nel commercio del sale trapanese, solamente da alcuni anni in fase di ripresa, ha provocato l'abbandono di numerose vasche ed il loro progressivo interrimento, mentre il sistema di canali utilizzati per il trasporto del prodotto fino al porto mercantile è stato sconvolto, sostituiti da strade carrabili che hanno bloccato la circolazione idrica.

Le aree non più impiegate nell'attività di estrazione, private dell'intervento antropico, sono ritornate alla loro evoluzione naturale giungendo ad uno stato di notevole degrado.

Le normative vigenti su questa riserva, costituite da due decreti dell'Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente (il n° 970 del 10/6/91 di istituzione ed il n° 693 del 14/6/93), applicano in modo inopportuno alle saline gli stessi rigidi vincoli adottati giustamente in altre aree protette che sono - invece - degli ambienti naturali veri e propri.

Questa erronea impostazione ha portato paradossalmente ad un risultato opposto a quello previsto nel decreto di istituzione, ovvero al mantenimento dello stato di degrado acquisito in alcune aree ed impedisce di realizzare compiutamente le finalità ecologiche di tale riserva, quale habitat di alcune particolari specie di fauna e flora alofile come la Salicornia, e di specie vegetali endemiche come la Calendula maritima oltre che zona di passaggio di uccelli migratori come fenicotteri e aironi.

Risulta pertanto indispensabile modificare l'impostazione attuale, permettendo l'esecuzione delle opere necessarie a ristabilire lo stato antecedente, quali - innanzitutto - il ripristino di alcuni dei canali interrotti.

Oltre alla funzione di mantenimento del sistema delle saline, questi costituirebbero un circuito, complementare ai sentieri terrestri, per una migliore fruizione della riserva con delle visite in canoa o in barca estremamente suggestive, magari ricostruendo alcuni dei tradizionali schifazzi.

Questa area può costituire un interessante esempio di una moderna progettazione ambientale che permetta la coesistenza tra le necessarie infrastrutture che sono previste nel progetto di sviluppo del porto e le saline intese come habitat attraverso una opportuna revisione dei loro attuali confini.

Mulino Maria Stella

 

  Fenicotteri in volo

 

Calendula marina

 

Saline con monte Erice sullo sfondo

Raccolta del sale