Carmelo Morreale, testimone dell’assoluto.

Testo di Alberto Amoroso
24/11/03

 

Home                    Trapani & Trapani

 

Foto di A. Amoroso

 

Ogni tanto, percorrendo in macchina o a piedi le vie di Trapani, mi capita di vedere Carmelo Morreale, seduto su una panchina, intento a disegnare con un pennarello su un foglio di carta.  Da alcuni anni il pittore è costretto dalla estrema precarietà della condizione di vita, a limitare la sua produzione per lo più a schizzi e disegni.

La maggior parte dei suoi disegni raffigura volti dai contorni indefiniti, come se fossero fatti di nuvole, e poi pesci guizzanti, fiori, o semplici grovigli di linee.

E le figure, o almeno ciò che noi siamo portati ad interpretare e decifrare come “figure”, risultano da un insieme di linee ripetute e si presentano decontestualizzate, tracciate velocemente sulla superficie della tela lasciata nuda oppure su un velo leggero di colore di fondo. Sembrano prive di consistenza, smaterializzate, sono ombre che fluttuano sulla tela, tanto da poter essere lette anche come pure aggregazioni di segni, indipendentemente da ciò che rappresentano.  

Informale è la sua arte, inconcepibile per molti, indefinibile con parole umane, l’intimo messaggio che racchiude.

La pittura di Morreale, irrazionale come il personaggio di cui lui stesso si è rivestito negli anni, è in realtà un’elegante sintesi dove tutte le minime varianti create sono oscuri simboli di un alfabeto personale che si ripetono all’infinito, manifestando visivamente nel mondo fisico, le ossessioni, le emozioni, emerse dal suo mondo interiore.

Vorrei tentare un accostamento, forse azzardato, con Giorgio Morandi: gli innumerevoli volti disegnati da Morreale e da lui stesso genericamente definiti “Gioconda” analogamente alle celebri composizioni con bottiglie del maestro bolognese, si possono considerare infatti rappresentazioni delle più sottili variazioni dei loro stati d’animo.

Eppure in tutte le sue opere, intuisco ancora il riflesso di qualcos’altro che né la parola, né il simbolo, né in generale l’arte stessa sono in grado di esprimere.

La sua anima forse vuole testimoniarci qualcosa che ha visto, qualcosa di indefinibile, che si trova al di la di se stessa, della propria coscienza individuale, qualcosa in cui essa stessa ha deciso di avventurarsi, anche a costo di perdersi.

In questa approssimazione all’assoluto, tentata attraverso la spontaneità di una pittura veloce, quasi automatica, la ricerca va oltre ogni definizione concreta, perché in fondo, anche ciò che chiamiamo “concretezza” non è che una singola, limitata, espressione della molteplicità dell’essere.